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FORMULA N. 13

COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE DI MESSINA

RICORSO AVVERSO

AVVISO DI RECUPERO CREDITO D'IMPOSTA

EMESSO DA

AGENZIA DELLE ENTRATE - UFFICIO DI PATTI

N. RJGCR0400000/2004 - ANNO D'IMPOSTA 2001 / 2002 /2003

Ill.mo Signor Presidente e Signori Giudici

Il sottoscritto Sig. R. T., nato a Messina il 23 febbraio 1975, e residente in B. (ME) - Vico Roma n. 2, codice fiscale: RCC TDR 75B23 F158 O, elettivamente domiciliato in Catania, Piazza M. B. n. 1, 95128, presso lo Studio dell'Avv. A. D., il quale lo rappresenta e difende giusta delega rilasciata a margine al presente atto.

P R E M E S S O

* Che in data 2 dicembre 2004 è stato notificato all'odierno ricorrente “Avviso di Recupero del Credito d'Imposta indebitamente utilizzato per Incremento dell'occupazione ex art. 7 della legge n. 388/2000 n. RJGCR0400000/2004 - Anno d'Imposta 2001 / 2002 / 2003”, emesso dalla A. E. - Ufficio di Patti, atto impugnato. (Cfr. all. sub n. 1)

TUTTO CIO' PREMESSO

Il sottoscritto, come rappresentato, domiciliato e difeso,

R I C O R R E

contro l'Avviso di Recupero del Credito d'Imposta n. RJ8CRO400000/2004 - Anno d'Imposta 2001 / 2002, emesso dall'Agenzia delle Entrate - Ufficio di Patti, per i seguenti motivi.

Questa difesa ritiene opportuno far precedere la narrazione storica e cronologica dei fatti all'esposizione delle questioni di diritto, al fine di una migliore visione d'insieme del ricorso stesso.

Questa difesa ritiene opportuno far precedere la narrazione storica e cronologica dei fatti all'esposizione delle questioni di diritto, al fine di una migliore visione d'insieme del ricorso stesso.

IN FATTO

L'Avviso di Recupero in argomento trova la propria genesi nella circostanza che il ricorrente si è avvalso nell'anno d'imposta 2001/2002/2003 dell'agevolazione prevista, ex art. 7 - Legge n. 388/2000, a favore delle imprese che hanno incrementato il proprio personale dipendente nelle aree svantaggiate, compensando conseguentemente il bonus fiscale con le somme a debito per oneri fiscali e contributivi dovuti.

Orbene, tale regime agevolativo è stato oggetto di una serie di interventi legislativi, che, travolgendo l'originario assetto normativo, hanno dato luogo a non pochi problemi di interpretazione e di applicazione ai contribuenti che si sono avvalsi dello stesso, mettendo a repentaglio la sopravvivenza di centinaia di migliaia di imprese.

A parere di questa difesa, onde giungere ad una chiara ed inequivocabile visione del problema, giova preliminarmente illustrare l'evoluzione del quadro normativo di riferimento.

1. Con l'art. 7 - Legge n. 388 del 23 dicembre 2000 (Legge Finanziaria 2001, la cosiddetta Visco sud) il legislatore introduce un'agevolazione di natura fiscale, concessa sotto forma di credito di imposta, a favore dei datori di lavoro che sino al 31 dicembre 2003 incrementano il numero dei lavoratori dipendenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato.

La disposizione originaria è caratterizzata dai seguenti elementi:

-     soggetti beneficiari sono i “datori di lavoro”, ossia coloro che rivestono tale qualifica in base alla vigente normativa sul lavoro, gli organi e le amministrazioni dello Stato;  

-     requisito fondamentale per beneficiare del credito consiste nell'assunzione, nel periodo compreso fra il 1° ottobre 2000 ed il 31 dicembre 2003 di nuovi dipendenti con contratto a tempo indeterminato;

-     i nuovi assunti devono avere età non inferiore a 25 anni e non devono avere svolto attività di lavoro dipendente a tempo indeterminato da almeno 24 mesi;

-     requisito territoriale per la concessione del suddetto beneficio fiscale è tutto il territorio nazionale;

-     i beneficiari possono usufruire del credito di imposta automaticamente, senza dover preventivamente presentare alcuna istanza;

-     il credito d'imposta è commisurato, nella misura di lire 800.000 (euro 413,17) per ciascun lavoratore assunto e per ciascun mese, alla differenza tra il numero dei lavoratori con contratto di lavoro a tempo indeterminato, rilevato in ciascun mese, rispetto al numero dei lavoratori con contratto di lavoro a tempo indeterminato mediamente occupati nel periodo compreso tra il 1° ottobre 1999 e il 30 settembre 2000.

-     un ulteriore credito d'imposta, stabilito nella misura di lire 400.000 (euro 206,58) per ciascun nuovo dipendente, spetta ai datori di lavoro che, nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2001 e il 31 dicembre 2003, effettuano nuove assunzioni di lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato da destinare a unità produttive ubicate in aree particolarmente svantaggiate (territori individuati nell'art. 4 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, e successive modificazioni);

-     l'incentivo può essere utilizzato, senza limiti temporali o di ammontare, a partire dal 1° gennaio 2001 ed è cumulabile con altri benefici eventualmente concessi;

-      non è stabilito alcun tetto massimo di spesa e di copertura da parte dello Stato.

Si trattava, dunque, di un'opportunità che poteva essere sfruttata automaticamente da tutti i “datori di lavoro”, che assumevano nuovi dipendenti attraverso la compensazione del bonus fiscale con le somme a debito per oneri fiscali e tributari ed oneri contributivi ed assistenziali dovuti.

2. Tale disciplina è stata drasticamente ed irrazionalmente modificata dal legislatore con l'emanazione del Decreto Legge n. 138 dell'8 Luglio 2002 (entrato in vigore il medesimo giorno).

In particolare, l'art. 5, comma 1, medesimo decreto ha introdotto disposizioni volte ad attuare il monitoraggio delle agevolazioni concesse nella forma del credito di imposta, stabilendo che queste ultime possono essere fruite esclusivamente nei limiti dei relativi stanziamenti di bilancio, delle autorizzazioni di spesa ovvero delle previsioni di minori entrate e, comunque, fino all'esaurimento delle risorse finanziarie.

A tal fine, in conformità a quanto previsto nel citato articolo, sono stati emanati:

-             il decreto del Ministro dell'Economia e delle Finanze del 1° agosto 2002;

-             il decreto interdirigenziale del Ragioniere Generale dello Stato, del Capo del Dipartimento per le Politiche Fiscali e del Direttore dell'Agenzia delle Entrate, del 1° agosto 2002 (pubblicato sulla G.U. il 6 agosto 2002), con il quale è stato comunicato l'avvenuto esaurimento delle risorse disponibili per l'anno 2002.

A far data dal 06/08/2002, è stata, quindi, inibita la possibilità di fruire di nuovi crediti i cui presupposti si siano realizzati successivamente all'08/07/2002.

E' stata, infine, introdotto l'obbligo di presentare, prima dell'assunzione dei dipendenti, un'istanza al Centro operativo di Pescara dell'Agenzia delle Entrate; pertanto, i soggetti interessati non possono più fruire dei crediti d'imposta in via automatica, al verificarsi delle condizioni di ammissibilità.

3. Con l'art. 2 del D.L. 24 settembre 2002, n. 209 (convertito, con modificazioni, dalla legge 22 novembre 2002, n. 265) il legislatore ha fatto salve le aspettative dei datori di lavoro che alla data del 7 luglio 2002 hanno registrato un incremento occupazionale (rilevato secondo le modalità di cui al predetto art. 7), stabilendo che tale incremento rappresenta la misura massima entro cui (limitatamente al periodo 1° luglio - 31 dicembre 2002) può maturare mensilmente il diritto al credito d'imposta di cui all'art. 7 della legge n. 388 del 2000. I crediti d'imposta maturati tra il 1° luglio e il 31 dicembre 2002 possono essere utilizzati a decorrere dal 1° gennaio 2003 in quote non superiori ad un terzo del totale. In ogni caso, non si fa luogo alla restituzione dei crediti d'imposta relativi agli incrementi del numero dei lavoratori effettuati a tutto il 7 luglio 2002.

4.  Nuove misure e nuove modalità di attribuzione del credito di imposta di cui all'art. 7 - Legge n. 388/2000 sono state introdotte dall'art. 63 - Legge n. 289 del 27 dicembre 2002:

-       soggetti beneficiari sono, sempre, i “datori di lavoro”;

-       presupposto per potere usufruire dell'agevolazione è che l'assunzione di nuovi dipendenti dia luogo ad un incremento della base occupazionale rispetto alla base occupazionale media riferita al periodo tra il 1° agosto 2001 e il 31 luglio 2002;

-       la misura del credito d'imposta, per tutto il territorio nazionale, è pari, per ciascun lavoratore e per ciascun mese, a euro 100 ovvero 150 se l'assunto è di età superiore ai 45 anni, nel limite finanziario complessivo di 125 milioni di euro, per ogni anno dal 2003 al 2006;

-       un ulteriore contributo di euro 300 è previsto per le assunzioni effettuate nei territori individuati nell'art. 4 - legge n. 448/98, e successive modificazioni, nelle aree comprese nell'obiettivo 1 del regolamento CEE n. 1260/1999 del Consiglio, del 21 giugno 1999 (Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna) e nei territori delle regioni Abruzzo e Molise, nel limite finanziario complessivo fissato con deliberazione del CIPE;

-       l'attribuzione del credito avviene esclusivamente a seguito di presentazione di un'apposita istanza preventiva al Centro operativo di Pescara dell'Agenzia delle Entrate e successivamente all'eventuale atto di assenso rilasciato dalla stessa entro trenta giorni dal ricevimento dell'istanza. In caso di mancata risposta da parte del Centro operativo di Pescara entro 30 giorni dal ricevimento dell'istanza stessa, si ha il c.d. silenzio-rigetto (a differenza di quanto accade per il credito d'imposta investimenti, dove si verifica, invece, il c.d. silenzio-assenso).

Pertanto, da questo breve e schematico esame risulta evidente come la vicenda legislativa e normativa relativa al credito d'imposta abbia avuto nel tempo uno sviluppo involutivo, scoraggiando l'imprenditore-contribuente concretamente intenzionato ad avvalersi del bonus in argomento.

IN DIRITTO

1.     Eccezione di nullità dell'atto impugnato per l'inesistenza giuridica della notifica effettuata a mezzo del servizio postale a seguito della violazione e falsa applicazione degli artt. 148 e 149 c.p.c., nonchè dell'art. 3 - Legge n. 890/1982 (mancata relata).

In via pregiudiziale si deduce la nullità dell'impugnato Avviso di Recupero Credito d'Imposta per inesistenza giuridica della notifica dello stesso sulla base delle considerazioni meramente giuridiche che seguono.

In diritto, con il termine di “notificazione” si intende quel procedimento che è idoneo a portare nella sfera di percepibilità del destinatario l'atto impositivo dell'Amministrazione Finanziaria. In particolare, nella materia tributaria la notificazione assolve la funzione tipica ed essenziale di portare a conoscenza di destinatari predeterminati l'atto dell'Ufficio Tributario Impositore, costituendo in tal senso uno strumento necessario ed indispensabile per l'instaurarsi del contraddittorio e per il conseguente esercizio del diritto di difesa.

Si tratta, infatti, di uno dei momenti più delicati nell'ambito dei rapporti tra contribuenti e fisco, rappresentando non solo il momento in cui l'Amministrazione finanziaria manifesta le proprie richieste di pagamento, ma indicando anche il dies a quo decorrono i termini per esperire tutti i rimedi amministrativi e giurisdizionali a questi concessi. In questa ottica, il procedimento notificatorio in genere assurge al ruolo di requisito essenziale per la corretta instaurazione del rapporto giuridico fra le parti interessate e, per questo, è oggetto di un'attenta e specifica disciplina legislativa che impone formalità successive da rispettare tassativamente.

Orbene, in fattispecie, l'atto impugnato non è stato notificato, bensì semplicemente spedito, in plico raccomandato a mezzo del servizio postale, al ricorrente.

Infatti:

-         l'art. 60 - Dpr. n. 600/73 fissa il principio generale in base al quale “La notificazione degli avvisi e degli altri atti che per legge devono essere notificati al contribuente è eseguita secondo le norme stabilite dagli artt. 137 e seguenti del codice di procedura civile”, individuando poi le disposizioni speciali che, in deroga a quelle norme, regolano le notificazioni de quibus;

- l'art. 148 c.p.c. rubricato “Relazione di notificazione”, al comma 1 dispone:«L'ufficiale giudiziario certifica l'eseguita notificazione mediante relazione da lui datata e sottoscritta, apposta in calce all'originale e alla copia dell'atto»;

- l'art. 149 del c.p.c, intitolato “Notificazione a mezzo del servizio postale”, al secondo comma recita:«In tal caso l'ufficiale scrive la relazione di notificazione sull'originale e sulla copia dell'atto, facendosi menzione dell'Ufficio postale per mezzo del quale spedisce la copia al destinatario in piego raccomandato con avviso di ricevimento. Quest'ultimo è allegato all'originale»;

-    l'art. 14 - Legge n. 890/82, in materia di notificazioni a mezzo del servizio postale, positivizza che, affinché possa ritenersi giuridicamente esistente, la notifica deve essere effettuata nei modi previsti dall'art. 3 della stessa legge;

-  l'art. 3, comma 1 - legge n. 890/1982, dispone che:«L'ufficiale giudiziario scrive la relazione di notifica sull'originale e sulla copia dell'atto, facendo menzione dell'ufficio postale per mezzo del quale spedisce la copia al destinatario in piego raccomandato con avviso di ricevimento».

Questo il quadro normativo di riferimento.

Ora, non vi è alcun dubbio che, per gli atti di accertamento, l'incaricato, ove intenda avvalersi del servizio postale, debba effettuare la notificazione mediante spedizione di copia dell'atto completa di apposita relazione di notifica datata, sottoscritta e apposta in calce all'originale ed alla copia, ove vengono indicati l'ufficio postale per mezzo del quale si spedisce la copia ed il numero della raccomandata a/r mediante cui è fatta la spedizione. Invero, la semplice spedizione a mezzo servizio postale di un atto, in difetto della predetta relazione, non può in alcun modo essere qualificata come notificazione. (In termini: Cfr. C.T.P. - Treviso, Sez. II, del 29.12.2001, n. 205; C.T.P. - Torino, Sez. XIII, dell'11.04.2002, n. 15 / all. sub nn. 2 e 3)

In fattispecie, è “ictu oculi” rilevabile a pagina uno (frontespizio) dell'atto impugnato che l'ufficiale giudiziario non ha “scritto la relazione di notificazione sulla copia dell'atto” e, per la conseguenza, non ha “fatto menzione dell'ufficio postale per mezzo del quale spedisce la copia al destinatario in piego raccomandato con avviso di ricevimento”, né ha indicato “il numero della raccomandata con avviso di ricevimento”. (Cfr. Atto impugnato – Frontespizio pag. n. 1 /  all. sub n. 4)

Ne discende che l'impugnato “Avviso di Recupero Credito d'Imposta” deve essere annullato per inesistenza giuridica della notifica e non per semplice nullità della stessa: il procedimento di formazione di detto avviso non è mai stato portato a compimento, detto atto non è stato affatto notificato ma semplicemente comunicato sia pure a mezzo del servizio postale all'odierno ricorrente. Pertanto, si ripete, l'atto qui impugnato non può che essere ritenuto giuridicamente inesistente e per la conseguenza dichiarato nullo. Ciò anche perchè la mancanza e/o incompletezza dei requisiti statuiti ex lege impedisce alla parte, prima, ed al giudice, dopo, la verificabilità della provenienza dell'atto.

Quanto sopra esposto circa l'inesistenza giuridica dell'atto che ci occupa, a seguito del vizio denunciato, è perfettamente conforme con l'orientamento degli alti Giudici della Corte di Cassazione, secondo i quale, l'inesistenza si concretizza quando la notifica viene compiuta in difformità degli schemi e del procedimento previsto dalla legge, determinando una marcata ed incisiva discordanza dal modello disciplinato dal legislatore, tale da implicare l'impossibilità che il procedimento possa essere ricondotto nell'ambito della fattispecie giuridica positiva. (Cfr. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, Sentenza 13 aprile 2000, n. 4804 - all. sub n. 5)

Ora, in virtù della normativa richiamata, nessun dubbio può esservi sul fatto che l'incaricato deve provvedere alla relazione della notifica completa di tutti gli elementi di legge previsti.

Ne consegue che il procedimento di formazione dell'atto che oggi ci occupa, sotto il profilo squisitamente giuridico, non può dirsi portato a compimento perché mai notificato nei modi di legge (Cfr. In termini: C.T.P. Treviso, sentenza del 29.12.2001, n. 205; C.T.P. Torino, sentenza del 11.4.2002, n. 15; C.T.P di Torino, sentenza del 11.6.2003, n. 12 - C.T.R. Lombardia, sentenza del 24.7.2002, n. 122; C.T.P. Catania, sentenza del 25.11.2004, n. 769)  

Ragion per cui l'impugnato “Avviso di Recupero Credito d'Imposta” deve essere annullato per l'inesistenza giuridica della notifica non potendosi configurare la semplice nullità della stessa. La conseguenza è che il vizio non può dirsi sanato a mente dell'art. 156, comma 3, del c.p.c. che, come noto, è applicabile ai soli casi di nullità e non di inesistenza giuridica della notifica.

Invero, sul punto, l'orientamento della Corte di Cassazione è di considerare inesistente la notificazione effettuata in modo assolutamente non previsto dalla normativa. In guisa da non poter essere assunta nel modello legale della figura e, quindi, di non consentirne la sussunzione nella sfera del rilevante giuridico. (Cfr. Corte di Cassazione - sentenza: n. 7949/1999; n. 2195/1999; n. 12002/1998; n. 9372/1997; n. 1084/1996; n. 272/1996; n. 11963/1995; n. 8373/1995; n. 3819/1991; n. 4806/1988; n. 4562/1986; n. 3260/1986; n. 3191/1984)

Da ultimo, Corte di Cassazione - SS.UU., sentenza del 5.10.2004, n. 19854. (Cfr. all. sub n. 6)

2. Eccezione di nullità dell'atto impugnato per violazione dell'art. 12, comma 7 - legge 27 luglio 2000, n. 212. (Statuto dei diritti del Contribuente)

La legge 27 luglio 2000, n. 212, emanata in attuazione degli articoli 3, 23, 53 e 97 della Costituzione italiana, all'art. 12, rubricato “Diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali”, al comma 7, così recita:«Nel rispetto del principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni … omissis … il contribuente può comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L'avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza».

La ratio della norma è individuata nella opportunità di concedere l'equo termine di sessanta giorni: a) all'Ufficio per porre in essere le proprie autonome attività istruttorie anche mediante una lettura critica del Processo Verbale di Constatazione e/o di Accesso e, se del caso, per intervenire fattivamente nell'integrazione degli elementi di accertamento eventualmente errati o carenti; b) al contribuente per predisporre adeguate argomentazioni a propria difesa da sottoporre all'Ufficio, poiché durante lo svolgimento della verifica non sempre dispone della necessaria serenità e lucidità per valutare i rilievi che gli sono mossi dagli organi ispettivi.

La norma citata si pone, quindi, a manifesta tutela dei diritti e delle garanzie del contribuente sottoposto a verifica fiscale e, nel contempo, obbliga l'Amministrazione finanziaria, in contraddittorio con il contribuente e prima dell'emanazione di un atto accertativo, ad un riesame critico del P.V.C., alla luce delle osservazioni, integrazioni ed eccezioni eventualmente fornite dal contribuente, al fine di impedire la formulazione di rilievi assolutamente infondati, che si traducono poi in un inutile ed antieconomico impiego di risorse senza incremento di gettito.

La legge 27 luglio 2000, n. 212 - c.d. “Statuto dei diritti del contribuente” - proprio perché emanata in attuazione di principi costituzionalmente garantiti, svolge una precisa funzione di orientamento ermeneutico vincolante per il giudice tributario, nel senso che il dubbio interpretativo o applicativo sul significato e sulla portata di una qualsiasi disposizione tributaria, che attenga ambiti materiali disciplinati dalla legge n. 212/2000, deve essere risolto dall'interprete nel senso più conforme ai principi statutari. (Cfr. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, sentenza del 10 dicembre 2002, n. 17576)

Per il Giudice della nomofilachia, quindi, lo Statuto deve costituire il punto di riferimento per l'interprete ogni qualvolta nascano dubbi sulla portata applicativa delle norme tributarie.   

Da quanto sopra riportato discende l'illegittimità dell'atto impugnato per la violazione del termine di 60 giorni, previsto dall'art. 12, comma 7 - legge n. 212/2000.

In fattispecie, l‘intervallo che intercorre tra la data del 29 novembre 2004 (data di stampa dell'Avviso di Recupero Credito d'Imposta e/o di notifica del medesimo atto (2 dicembre 2004), rispetto alla data di formazione e consegna del Processo Verbale di Accesso e richiesta documenti (17 novembre 2004), è pari a soli 12 giorni rispetto alla data di stampa dell'Atto impugnato e a giorni 15 rispetto alla data di notifica dello stesso Atto. (Cfr. C.T.P. di Brescia, sez. IX, sent. 7 marzo 2002, n. 12; C.T.P. di Matera - Sezione n. 2, sentenza del 12 luglio 2004, n. 38 / all. sub nn. 7 e 8)

3. Eccezione di nullità dell'atto impugnato per difetto di motivazione -  violazione dell'art. 12, comma 7 - legge 27 luglio 2000, n. 212.

Sempre con riferimento all'art. 12, comma 7 - legge n. 212/2000 questa difesa rileva che, per espressa menzione, il termine di 60 giorni previsto può essere disatteso: «… omissis … salvo casi di particolare e motivata urgenza».

In fattispecie, è di tutta evidenza che del “caso di particolare e motivata urgenza” nell'atto non v'è traccia alcuna, nonostante, si ripete, il chiaro ed inequivocabile tenore letterale della norma. Ciò traduce l'ulteriore vizio di legittimità dell'atto impugnato, sotto il profilo del difetto di motivazione, per le ragioni giuridiche che seguono.

La funzione della motivazione è individuata nell'obbligo di esternare le ragioni del provvedimento, evidenziandone i momenti ricognitivi e logico deduttivi essenziali onde consentire al destinatario dell'atto di esercitare efficacemente il proprio diritto di difesa. Conseguentemente, affinché la motivazione possa assolvere il proprio scopo, il contenuto essenziale dell'atto deve essere tale da consentire l'identificazione dei presupposti materiali e giuridici cui è correlata la pretesa tributaria.

A maggior ragione nell'odierna controversia, dove la circostanza (caso di particolare urgenza) è causa derogatoria del principio generale secondo cui l'atto impositivo - a tutela del contribuente - non deve essere emesso prima che siano trascorsi almeno 60 giorni dalla consegna del P.V.C..

Sul punto giova ulteriormente evidenziare che la “particolarità ed urgenza” del caso, necessita di una preventiva valutazione discrezionale dell'Ufficio che decide di sacrificare ad esso la posizione soggettiva del contribuente.

Ora, tale valutazione, si ripete, discrezionale, per non scadere nel mero arbitrio, deve consentire al ricorrente prima, ed al Giudice poi, di apprezzarne il grado di particolarità e di urgenza. Tale operazione si rende possibile - sia per l'uno sia per l'altro - solo se l'Ufficio ne dà adeguata contezza nella parte motiva dell'atto.

In tal modo il ricorrente, da una parte, può vagliarne la fondatezza, ed all'esito negativo impugnarne il contenuto con la dovuta cognizione, ed il Giudice, eventualmente adito, dall'altra, può pronunciarsi sulla legittimità dell'atto.

Diversamente opinando, l'articolo 12 della legge n. 212/2000 “Statuto dei diritti del contribuente”, non a caso rubricato “Diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali”, sarebbe svuotato del suo valore e significato, ben potendo l'Amministrazione finanziaria farne l'uso che meglio le aggrada, senza dar conto ad alcuno del proprio operato.

Sicché, contrariamente a quanto previsto dalla legge, nessun diritto e nessuna garanzia sarebbero realmente assicurati al contribuente; tanto valeva, quindi, non emanare la legge. 

Concludendo sul punto è palese la nullità dell'atto impugnato perché l'Ufficio, pur avendo disatteso il termine di 60 giorni, non ha indicato nell'avviso di accertamento - parte motivazione - il caso di particolare urgenza che gli ha consentito di derogare alla regola e di emanare l'atto di revoca prima del termine previsto.

4. Eccezione di inesistenza giuridica dell'atto impugnato per assenza di uno specifico riferimento normativo che positivizzi l'emissione del medesimo.

4.1 In via pregiudiziale si deduce l'inesistenza giuridica dell'atto, oggetto della vexata quaestio, in quanto non solo non espressamente previsto da alcuna norma vigente in materia ma anche in quanto non direttamente riconducibile a nessuno degli atti tipici previsti nel nostro ordinamento tributario nell'ambito del Dpr. n. 600/1973 in materia di accertamento delle imposte sul reddito.

Ciò sulla base delle considerazioni squisitamente giuridiche che seguono.

Dal quadro normativo di riferimento, dettagliatamente esposto in fatto, emerge inconfutabilmente che la disciplina legislativa succedutasi nel tempo, a partire dall'art. 7 - Legge n. 388/2000, legge istituita del credito di imposta per nuove assunzioni, fino ad arrivare all'art. 63 - Legge n. 289/2002, nulla dispone in merito alle procedure e modalità di controllo da attuare per verificare la spettanza a favore dei contribuenti di tale beneficio fiscale.

In particolare, contrariamente a quanto previsto per l'attività di controllo del credito occupazione ex art. 4 - Legge n. 449/1997, nessuna speciale procedura di accertamento è legislativamente prevista in fattispecie.

E', pertanto, evidente che, non esistendo in materia alcuna norma speciale e ricordando il principio “ubi lex voluit dixit”, trovano sicura applicazione le norme di carattere generale di cui al Dpr. n. 600/1973 in materia di accertamento delle imposte sul reddito.

Invero, nell'ambito del Dpr. 29 settembre 1973, n. 600 è normativamente prevista, specificatamente all'art. 36-ter, comma 2, lettera d), l'attività di recupero dell'imposta indebitamente compensata (mediante utilizzo del credito d'imposta).

La norma anzi richiamata, infatti, positivizza che gli Uffici periferici dell'Amministrazione finanziaria procedono, entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di presentazione, al controllo formale delle dichiarazioni presentate dai contribuenti, determinando i crediti d'imposta spettanti in base ai dati risultanti dalle dichiarazioni e dai documenti richiesti ai contribuenti.

Da quanto precede si traduce che l'Ufficio impositore avrebbe potuto procedere al recupero del credito d'imposta, sussistendone i requisiti che qui per come si esporrà nel seguito della trattazione sono assenti, avvalendosi della disposizione normativa di cui all'art. 36-ter, comma 2, lettera d) - Dpr. 29 settembre 1973, n. 600, nei termini, modalità e tempi ivi indicati.

Ed ancora.

Gli Uffici finanziari, al di fuori del controllo formale delle dichiarazioni di cui al punto precedente, per poter contestare ai contribuenti eventuali irregolarità relative all'utilizzo in compensazione di un credito d'imposta sono tenuti ad avvalersi dell'Avviso di Accertamento ex art. 42 - Dpr. n. 600/1973. 

Infatti, il richiamato art. 42 - Dpr. n. 600/1973, rubricato “Avviso di Accertamento”, al comma 2 recita:«L'avviso di accertamento deve recare l'indicazione dell'imponibile o degli imponibili accertati, delle aliquote applicate e delle imposte liquidate, al lordo e al netto delle detrazioni, delle ritenute di acconto e dei crediti d'imposta, e deve … omissis …».

In conclusione sul punto si evidenzia che l'Ufficio di Patti, ove non avesse voluto applicare la disciplina di cui all'art. 36-ter, avrebbe potuto, ricorrendone i presupposti, emettere un provvedimento ex art. 42 Dpr. n. 600/1973, ma giammai avrebbe potuto emettere un provvedimento non previsto da nessuna disposizione di legge.

Alla luce di quanto sopra esposto è palese ed inconfutabile l'inesistenza giuridica dell'impugnato provvedimento.

Ciò doverosamente evidenziato ai Decidenti, ci si chiede: perché “ex abrupto” l'Ufficio tributario di Patti ha emesso l'atto qui impugnato?

Il busillibus trova risoluzione nella Circolare Ministeriale n. 35/E dell'8 luglio 2003, avente ad oggetto “Crediti d'imposta per l'incremento dell'occupazione e per gli investimenti nelle aree svantaggiate. Attività di controllo nei confronti dei soggetti che hanno usufruito delle agevolazioni fiscali”.

Invero, l'Agenzia delle Entrate di Patti, nell'emettere l'impugnato atto, ha fedelmente riprodotto lo schema numero due, allegato n. 7, della Circolare in parola.

Ora, tale Circolare, regolamentando l'attività di controllo concernente la fruizione dei crediti d'imposta per le aree svantaggiate e per le nuove assunzioni, indica agli Uffici periferici le linee di condotta da seguire nelle fasi di controllo (verifica dell'esistenza dei presupposti e delle condizioni fissate dalla legge per usufruire delle agevolazioni; determinazione dell'esatto ammontare del credito spettante, qualora ricorrano le condizioni di legge per usufruire dell'agevolazione; riscontro dell'effettivo ammontare del credito utilizzato) e prevede, altresì, che nel caso si riscontri, in una delle predette fasi, un indebito utilizzo del credito da parte del contribuente, gli Uffici locali notifichino un “apposito Atto di Recupero, contenente l'invito a versare le complessive somme dovute (credito indebitamente utilizzato, interessi e sanzioni) entro sessanta giorni dalla data di notifica”. (Cfr. Circolare 35/E dell'8 luglio 2003)

Ed inoltre, il documento di prassi, al punto 4, indica le modalità di recupero dei crediti indebitamente utilizzati, esemplificando due schemi di provvedimento per il recupero dei medesimi: il primo esclusivamente applicabile per il recupero del credito d'imposta occupazione di cui all'art. 4 - legge n. 449/1997 indebitamente fruito a fronte di provvedimento di revoca “definitivo” del Centro Operativo di Pescara, il secondo indistintamente finalizzato al recupero di tutti i crediti d'imposta, ivi compreso il credito di imposta per l'occupazione ex art. 7 - Legge n. 388/2000. (Cfr. Circolare 35/E dell'8 luglio 2003 pag. n. 4 - all. sub n. 9)

Orbene, da quanto precede risulta evidente il contrasto esistente fra la normativa disciplinante il credito di imposta per l'occupazione (art. 7 - Legge n. 388/2000 e successive modificazioni ed integrazioni), da una parte, e tale documento di prassi, dall'altra.

Invero, si ripete, né nella legge n. 388/2000 né nelle successive norme modificative è dato riscontrare alcun cenno circa un eventuale atto, “Avviso di recupero del credito di imposta”, da emanare a cura degli Uffici locali dell'Agenzia delle Entrate.

In altri termini, l'Agenzia delle Entrate di Patti, in ossequio sul punto alla predetta circolare ma in dispregio alle disposizioni normative in materia (Cfr. art. 7 - Legge n. 388/2000; Legge n. 178/2002; D.L. n. 209/2002 e art. 63 - Legge n. 289/2002), ha deliberatamente emesso un atto amministrativo, denominato “Avviso di Recupero del Credito d'Imposta”, che non trova riscontro in nessuna disposizione di legge ma solo in una circolare amministrativa (n. 35/E).

Superfluo rassegnare che nel contrasto tra disposizioni normative e provvedimenti di prassi, questi ultimi, al pari degli atti che in essi trovano la propria genesi, sono sicuramente illegittimi e privi di efficacia alcuna.

Al riguardo, questa difesa evidenzia che la prassi ministeriale ha solo una funzione d'indirizzo valevole per gli Uffici periferici e, comunque, solo nell'ambito degli inderogabili limiti previsti dalla norma, con l'impossibilità di porre, soprattutto se non conforme alla legge, alcun vincolo sia al contribuente sia ai giudici di merito. E' di tutta evidenza, pertanto, che la pedissequa riproduzione dello schema predisposto dall'Amministrazione finanziaria non integra, ex se, il rispetto delle condizioni procedurali e formali dettati dalla norma e, per la conseguenza, la legittimità dell'atto.

4.2 Da ultimo, per mero tuziorismo e senza rinunciare alle illegittimità superiormente eccepite, si evidenzia che sotto altro profilo il contenuto del medesimo atto comporta ulteriori violazioni di legge e, specificatamente, è in aperta violazione dell'art. 68 - D.Lgs. n. 546/92.

Invero, nella sezione “Avvertenze” dell'atto qui impugnato si legge: “in caso di mancato versamento diretto alle riscossione delle somme complessivamente dovute, maggiorate degli ulteriori interessi maturati, si provvede mediante iscrizione a ruolo in via definitiva”.

Ora, l'art. 68 - D. Lgs. n. 546/1992, rubricato “Pagamento del tributo in pendenza del processo”, positivizzando il principio della provvisoria esecuzione delle sentenze delle Commissioni tributarie, gradua, anche in deroga delle singole leggi d'imposta, la determinazione degli importi da versare in relazione all'esito della decisione ed al grado dell'organo giudicante.

In altri termini, secondo quanto disposto dall'art. 68 citato, si può pacificamente affermare che: vero è che la presentazione del ricorso non sospende la riscossione ma altrettanto vero è che la gradua, anche, si ripete, in deroga delle singole leggi d'imposta.

E', dunque, lapalissiano che inconferente risulta essere l'atto impugnato laddove avverte il destinatario dell'atto che in caso di mancato pagamento entro giorni 60 si provvederà a iscrizione a ruolo in via definitiva.

In conclusione, sulla base del considerazioni prettamente giuridiche sul punto richiamate, si ritiene che il Collegio giudicante non possa che ritenere e dichiarare l'atto impugnato giuridicamente inesistente.

5. Eccezione di nullità dell'atto impugnato per difetto di motivazione in violazione dell'art. 7, comma 1 - legge n. 212/2000, quale conseguenza sia della mancata indicazione della norma legittimante il potere accertativo dell'Ufficio sia della omessa allegazione del Processo Verbale di Constatazione, nonché per la violazione dell'art. 68 - D. Lgs. n. 546/1992.

In via principale si deduce la nullità dell'impugnato “Avviso di recupero del credito di imposta” per assoluta mancanza di motivazione sulla base delle considerazioni prettamente giuridiche che seguono.

5.1 L'art. 7 - Legge n. 212/2000, rubricato “Chiarezza e motivazione degli atti”, al comma 1 - parte 1 così dispone: «Gli atti dell'amministrazione finanziaria sono motivati secondo quanto prescritto dall'art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241…, indicando i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell'amministrazione …».

Alla luce della norma sopra richiamata è lapalissiano che la funzione della motivazione va individuata nell'obbligo di esternare le ragioni del provvedimento, evidenziandone i momenti ricognitivi e logico deduttivi essenziali, in modo da permettere al destinatario dell'atto di svolgere efficacemente la propria difesa.

Ne consegue che il contenuto minimo essenziale, affinché la motivazione possa assolvere il proprio scopo, deve essere tale da consentire al contribuente l'identificazione dei presupposti non solo materiali ma anche giuridici cui è correlata la pretesa tributaria.

Orbene, in fattispecie, l'atto impugnato non indica la fonte normativa legittimante l'azione accertatrice, in esso non è dato riscontrare alcun riferimento alla norma che ha attribuito all'Ufficio impositore il potere di emettere tale atto.

Ciò determina, inopinatamente, l'eccepito difetto di motivazione dell'atto oggetto della vexata quaestio.

Invero, l'Ufficio, onde assolvere compiutamente al proprio dovere di emettere atti adeguatamente motivati, avrebbe dovuto evidenziare nella motivazione dell'atto de quo la norma statuente il potere impositivo esercitato, consentendo conseguentemente al ricorrente il compiuto esercizio, di rango costituzionale, del diritto di difesa.

Quanto sopra esposto è, del resto, perfettamente conforme all'orientamento della Suprema Corte di Cassazione, la quale intervenendo in materia ha così statuito: « … le ragioni (intese come indicazione sia della mera causale che della motivazione vera e propria)…, proprio per consentire all'interessato di verificare i presupposti … e di difendersi in giudizio: il contenuto minimo …và commisurato all'esigenza riconsentire al contribuente un non eccessivamente difficoltoso esercizio del proprio diritto di difesa. Al riguardo giova sottolineare che una congrua, sufficiente ed intelligibile motivazione deve sempre sussistere in relazione ai presupposti (ed alle finalità) dell'atto …». (Cfr. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, sentenza del  12 agosto 2004, n. 15638 - all. sub n. 10)        

E', dunque, palese che l'Agenzia delle Entrate di Patti non può legittimamente rinviare alla dialettica processuale l'ineludibile obbligo di indicare già nell'atto impositivo la compiuta motivazione della pretesa, con particolare riguardo alla norma che ne positivizza l'emissione.

Invero, «… solo i “motivi” puntualizzati nell'avviso di accertamento sono idonei a delimitare l'ambito delle ragioni adducibili nella successiva fase contenziosa a sostegno della pretesa avanzata dall'Amministrazione finanziaria (Cass. 13 aprile 1991, n. 3935; 25 luglio 1997, n. 6958; 19 ottobre 2001, n. 12774)».  (Cfr. Cassazione Civile - Sez. V, sentenza n. 11983 del 8 agosto 2003 - all. sub n. 11)

5.2 Sotto altro profilo, attinente il difetto di motivazione dell'atto de quo, si evidenzia che in parte “Motivazione del recupero” dell'atto impugnato si legge testualmente:«… Visto il verbale di constatazione redatto e notificato al contribuente in data 17/11/2004; …». (Cfr. Atto impugnato - pag. n. 2 / all. sub n. 1)

Orbene, l'Ufficio, avendo fatto esplicito riferimento al Processo Verbale di Constatazione, è incorso anche nella violazione dell'art. 7, comma 1, parte 2, della Legge n. 212/2000 (Statuto dei diritti del contribuente).

Invero, tale norma così recita:«se nella motivazione si fa riferimento ad un altro atto, questo deve essere allegato all'atto che lo richiama».

Ora, in fattispecie, è “ictu oculi” rilevabile che l'Amministrazione finanziaria si è colpevolmente sottratta a tale adempimento.

La Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, intervenendo in materia, ha statuito che a seguito dell'entrata in vigore della Legge n. 212/2000 l'avviso di accertamento deve contenere in allegato l'atto a cui la motivazione abbia fatto riferimento ai sensi dell'art. 7 della L. n. 212/2000. (Cfr. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, sentenza del 10 ottobre 2002, n. 4989 - all. sub n. 12)

Ed inoltre, i Giudici di legittimità hanno statuito che la legge n. 212/2000 per i precetti costituzionali da essa portati (art. 3, 23, 53 e 97 Costituzione) ha lo status di legge di rango superiore, trovandosi in una posizione sovra ordinata nella gerarchia delle fonti: gli enunciati normativi in essa contenuti pongono i principi generali dell'ordinamento tributario e svolgono una funzione di orientamento ermeneutico, vincolante per l'interprete. (Cfr. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria: Sentenza n. 17576 del 10.12.2002; Sentenza n. 7080 del 14.04.2004 - all. sub nn. 13 e 14)

Un'ultima riflessione appare d'uopo sottoporre all'attenzione del Collegio giudicante.

La Suprema Corte di Cassazione si è soffermata sul peso da attribuire allo “Statuto dei diritti del contribuente” (legge n. 212/2000) nell'ambito dell'ordinamento tributario, concludendo per un'interpretazione “massimalista”: «… Qualsiasi dubbio interpretativo o applicativo sul significato e sulla portata di qualsiasi disposizione tributaria, che attenga ad ambiti materiali disciplinati dalla legge n. 212 del 2000, deve perciò essere risolto dall'interprete nel senso più conforme ai principi dello statuto del contribuente, cui la legislazione tributaria, anche antecedente, deve essere adeguata …».  (Cfr. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, sentenza del 14.04.2004, n. 7080 - all. sub n. 14)

I precedetti appena richiamati sono stati condivisi “in toto” anche dalla Corte Costituzionale la quale non ha mancato di affermare che “… le disposizioni della legge n. 212 del 2000, proprio in ragione della loro qualificazione in termini di principi generali dell'ordinamento, rappresentano (non già norme interposte ma) criteri di interpretazione adeguatrice della legislazione tributaria, anche antecedente; …”. (Cfr. Corte Costituzionale - Ordinanza n. 216 del 5 / 6  luglio 2004 - all. sub n. 15) 

Ed ancora, l'Avvocatura generale dello Stato, chiamata ad interpretare le disposizioni contenute nell'art. 9 bis della legge n. 289/2002, ha ritenuto valida la definizione ai sensi del comma 1 anche per i contribuenti nei cui confronti non era stata notificata la cartella di pagamento, precisando che: «… Tale interpretazione appare del resto anche la più aderente ai principi contenuti nello Statuto dei diritti del contribuente, …, tenuto conto altresì della difficoltà oggettiva per i contribuenti di accertare l'esistenza di un presupposto, frutto di una mera attività interna degli uffici per la quale non sono ora previste ulteriore forme di pubblicità (anteriormente alla notifica della cartella)». (Cfr. Circolare 5 maggio 2004 dell'Avvocatura generale dello Stato - all. sub n. 16)

Del resto la stessa Amministrazione finanziaria, con la circolare 1 agosto 2000 n. 150/E del Dipartimento entrate - Direzione centrale accertamento e programmazione - nel commentare l'art. 7 della legge n. 212/2000, articolo che enuncia i principi di chiarezza e di accertamento per gli atti provenienti dalla medesima amministrazione, ha invitato gli uffici ad allegare agli atti di accertamento e di irrogazione delle sanzioni copia degli atti richiamati nelle motivazioni, ancorché gli stessi fossero già stati notificati o comunicati al contribuente.

Deve concludersi, dunque, che il ricorso ad elementi offerti da altri documenti è legittimo solo ove gli stessi siano allegati all'atto che li richiama, ciò anche al fine di permettere al Giudice adito di riscontrarne la rispondenza.

In ultimo, è essenziale sottolineare che l'obbligo dell'Ente impositore di motivare adeguatamente l'atto impositivo deriva dalla totale assenza, in materia tributaria, della presunzione di legittimità degli atti impositivi.

Il fisco non può procedere al prelievo tributario “ratione auctoritatis” ma “ auctoritate rationis”, e tale principio potrà concretizzarsi solo con atti adeguatamente motivati. (Cfr. Corte di Cassazione - Sez. Tributaria, Sentenze n. 13665 del 5 novembre 2001; n. 7477 del 22 maggio 2002 /all. sub nn. 17 e 18)

La motivazione diventa, dunque, oltre che il mezzo di esternazione delle ragioni della pretesa impositiva anche un fondamentale strumento di controllo per il contribuente destinatario dell'atto e per l'intera collettività, della legalità e democraticità della pretesa impositiva.

L'agere publicum è, infatti, vincolato dal rispetto dei principi di imparzialità, di ragionevolezza, di certezza e trasparenza che trovano attuazione solo in atti adeguatamente motivati, onde consentire al contribuente di verificare in modo esaustivo la certezza delle metodologie accertative utilizzate, la giusta applicazione della norma tributaria e i presupposti di fatto e i procedimenti logici dai quali la pretesa erariale trova la propria genesi.

Nel caso che ci occupa, tutto ciò è stato disatteso dall'Ente impositore: all'impugnato avviso di recupero non è stato allegato il Processo Verbale di Constatazione.

Tale prassi determina incontestabilmente la nullità dell'impugnato avviso di recupero credito d'imposta per violazione dell'art. 7, comma 1, parte 2, della Legge n. 212/2000.

5.3 Per concludere, sotto un ulteriore profilo, si evidenzia che l'impugnato Avviso di recupero del credito d'imposta è illegittimo in forza della ragione squisitamente giuridica che segue.

L'odierno atto impugnato comporta per il suo destinatario una prestazione di contenuto patrimoniale.

Ora, l'obbligo di indicare nell'atto tributario la norma attributiva del potere impositivo dell'Amministrazione finanziaria tesa a disporre una prestazione patrimoniale in capo al cittadino discende, per i più autorevoli costituzionalisti, dalla riserva di legge in materia tributaria, disposta dall'art. 23 della Costituzione.

Invero, l'assenza di tale indicazione potrebbe “mascherare” un prelievo illegittimo, in quanto assunto dal competente Ministero dell'esecutivo in violazione del precetto costituzionale, al solo fine di sopperire alle croniche deficienze di cassa dello Stato.

Quanto sopra esposto è, del resto, condiviso anche da autorevole dottrina, la quale non ha mancato di affermare che non esistono riforme tributarie o Statuti dei diritti del contribuente che tengano quando l'interpretazione della legge, ad opera del Governo, è subordinata a mere convenienze politiche o a necessità di cassa.

Ed a tale conclusione porta l'attenta lettura dell'eccezione pregiudiziale che precede circa l'assenza di uno specifico riferimento normativo che positivizzi l'emissione dell'atto de quo.

6. Concludendo, questa difesa osserva e fa osservare a Codesta On.le Commissione tributaria adita, ferme restando le eccezioni pregiudiziali che precedono, che comunque non dovute sono le sanzioni irrogate per mancanza dell'elemento soggettivo, sussistendo in fattispecie l'esimente tanto dell'obiettiva incertezza normativa quanto dell'ignoranza inevitabile.     

PER TUTTI I SUPERIORI MOTIVI

Il sottoscritto, come rappresentato, domiciliato e difeso,

C H I E D E

all'Ill.mo Sig. Presidente, e a Codesta On.le Commissione Tributaria Provinciale adita, ciascuno per quanto di propria competenza, voglia compiacersi di ritenere e dichiarare:

1. In  Via Pregiudiziale:

1.1 La nullità dell'atto impugnato per l'inesistenza giuridica della notifica effettuata a mezzo del servizio postale a seguito della violazione e falsa applicazione degli artt. 148 e 149 c.p.c., nonchè dell'art. 3 - Legge n. 890/1982 (mancata relata).

1.2 La nullità dell'atto impugnato per violazione dell'art. 12, comma 7 - legge 27 luglio 2000, n. 212 (Statuto dei diritti del Contribuente).

1.3 La nullità dell'atto impugnato per difetto di motivazione -  violazione dell'art. 12, comma 7 - legge 27 luglio 2000, n. 212.

1.4 L'inesistenza giuridica dell'atto impugnato per assenza di uno specifico riferimento normativo che positivizzi l'emissione del medesimo.

1.5 La nullità dell'atto impugnato per difetto di motivazione in violazione dell'art. 7, comma 1 - legge n. 212/2000, quale conseguenza sia della mancata indicazione della norma legittimante il potere accertativo dell'Ufficio sia della omessa allegazione del Processo Verbale di Constatazione, nonché per la violazione dell'art. 68 - D. Lgs. n. 546/1992.

2. Nel Merito:

2.1  Ritenere e dichiarare l'illegittimità dell'atto impugnato per: l'illegittimità dei recuperi posti in essere dall'Amministrazione finanziaria e, per la conseguenza, l'inesistenza della pretesa tributaria.

2.2  Ritenere e dichiarare, in ogni caso, non dovute le sanzioni irrogate per mancanza dell'elemento soggettivo, sussistendo l'esimente tanto dell'obiettiva incertezza normativa quanto dell'ignoranza inevitabile.

Il presente ricorso è redatto in duplice esemplare: l'originale, in carta resa legale, viene notificato mediante presentazione, ai sensi dell'art. 20, alla Agenzia delle Entrate - Ufficio  di Patti; la copia, che la parte dichiara conforme all'originale, a mente dell'art. 22 del D. Lgs. 31 dicembre 1992 - n. 546, verrà depositata entro il termine di trenta giorni presso la segreteria della Commissione Tributaria Provinciale di Messina.

ISTANZA DI DISCUSSIONE IN PUBBLICA UDIENZA

Si chiede altresì, ai sensi e per gli effetti dell'art. 33 - 1° comma, del D. Lgs. 31 dicembre 1992 - n. 546, che il ricorso di cui trattasi venga discusso in pubblica udienza.

Si fa riserva di produzione di memorie, all'esito del comportamento delle controparti, e si alliga il fascicolo di parte con la seguente documentazione in fotocopia:

  1. Avviso Recupero Credito d'Imposta, atto impugnato.
  2. C.T.P. Treviso - Sez. II, Sentenza del 29.12.2001, n. 205.
  3. C.T.P. Torino - Sez. XIII dell'11.04.2002, n. 15.
  4. Atto impugnato - Frontespizio pag. n. 1.
  5. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, sentenza del 13 aprile 2000, n. 4804.
  6. Corte di Cassazione - SS. UU., sentenza 5 ottobre 2004, n. 19854.
  7. C.T.P. di Brescia, sez. IX, sent. 7 marzo 2002, n. 12.
  8. C.T.P. di Matera - Sezione n. 2, sentenza del 12 luglio 2004, n. 38.
  9. Circolare 35/E dell'8 luglio 2003 pag. n. 4.
  10. Corte di Cassazione - Sez. Trib., sentenza del  12 agosto 2004, n. 15638.

11.  Cassazione Civile - Sez. V, sentenza n. 11983 del 8 agosto 2003.

  1. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, sentenza del 10 ottobre 2002, n. 4989.
  2. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, sentenza n. 17576 del 10.12.2002.

14.  Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, sentenza n. 7080 del 14.04.2004.

  1. Corte Costituzionale - Ordinanza n. 216 del 5/6 luglio 2004.
  2. Circolare 5 maggio 2004 - Avvocatura Generale dello Stato.
  3. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, Sentenza n. 13665 del 5.11.2001.
  4. Corte di Cassazione - Sezione Tributaria, Sentenza n. 7477 del 22.05.2002.
  5. Ricevuta di presentazione del presente ricorso alla A. E. - Ufficio di Patti.

Catania, addì 

Avv. A. D

 

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